Il mio grande NO alla riforma costituzionale

Comincio con una domanda ed una risposta importanti. Perché votiamo il referendum costituzionale? Perché in Parlamento non si è raggiunta la maggioranza di due terzi necessaria per far passare qualsiasi riforma costituzionale e si deve quindi interpellare il popolo. Lo strumento è il referendum confermativo, per il quale non è richiesto né il quorum dei votanti, né una maggioranza qualificata. 

Brutta partenza per una riforma di questa portata, che infatti sta spaccando anche l’opinione pubblica, l’esito finale al fotofinish scontenterà all’incirca metà degli italiani. Ma per Renzi questi risvolti non contano, si gioca tutto, questa è la sua partita personale per la conquista del potere e per la sua definitiva affermazione e benedizione da parte degli ambienti internazionali che contano.

In un recente articolo il prestigioso settimanale inglese The Economist si è schierato a sorpresa per il NO.

A me poco importa, il mio convinto NO era preesistente, ma è comunque interessante leggere l’articolo dell’Economist, nel quale ho evidenziato in grassetto i punti che mi sembrano più significativi. Aggiungerò poi in coda un commento e altre importanti argomentazioni del mio voto. 

ghghhh

The Economist – Il referendum costituzionale in Italia. Perché l’Italia dovrebbe votare no nel suo referendum

Il paese ha bisogno di riforme di vasta portata, non solo quelle in offerta

L’ITALIA è stata a lungo la più grande minaccia per la sopravvivenza della moneta unica e dell’Unione europea. Il suo PIL pro capite è bloccato a livello della fine del 1990. Il suo mercato del lavoro è sclerotico. Le sue banche sono farcite con crediti deteriorati. Lo stato è gravato con il secondo più alto carico di debito nella zona euro, al 133% del PIL. Se l’Italia vira verso di default, sarà troppo grande per essere salvata.

Ecco perché tanta speranza è stata posta in Matteo Renzi, il giovane primo ministro. Egli pensa che il più grande problema di fondo in Italia sia la paralisi istituzionale, e ha chiesto un referendum per il 4 dicembre, su cambiamenti costituzionali che toglierebbero poteri alle regioni e renderebbe il Senato subordinato alla camera bassa del parlamento, la Camera dei Deputati. Questo, insieme ad una nuova legge elettorale che mira a garantire la maggioranza al partito più grande, gli darà la forza per far passare le riforme di cui l’Italia ha disperatamente bisogno, o almeno così sostiene.

Se il referendum fallisce, Renzi dice che si dimetterà. Gli investitori, e molti governi europei, temono che la vittoria del NO trasformerà l’Italia nel “terzo domino” del rovesciamento dell’ordine internazionale, dopo Brexit e l’elezione di Donald Trump. Eppure questo giornale ritiene che il NO è quello che gli italiani dovrebbero votare.

I cambiamenti costituzionali di Renzi non affrontano il problema principale, che è la mancanza di volontà di riforme dell’Italia. E tutti i benefici secondari sono superati da svantaggi – soprattutto il rischio che, nel tentativo di fermare l’instabilità che ha dato l’Italia 65 governi dal 1945, porti all’elezione di un uomo forte. Questo è il paese che ha prodotto Benito Mussolini e Silvio Berlusconi, ed è vulnerabile al populismo in modo preoccupante.

Certo, il peculiare sistema italiano di “bicameralismo perfetto”, in cui entrambi i rami del Parlamento hanno lo stesso identico poteri, è una ricetta per l’ingorgo. Le leggi possono rimbalzare avanti e indietro tra i due rami per decenni. Le riforme dovrebbero restringere il Senato, e ridurlo ad un ruolo consultivo sulla maggior parte delle leggi, come le camere alte in Germania, Spagna e Gran Bretagna.

Di per sé suona ragionevole. Tuttavia, i dettagli del progetto di Renzi offendono i principi democratici. Per cominciare, il Senato non sarebbe più eletto. Invece, la maggior parte dei suoi membri sarebbero scelti dalle assemblee regionali tra i legislatori regionali ed i sindaci. Regioni e Comuni sono gli strati più corrotti della politica, e i senatori godrebbero dell’impunità. Questo potrebbe rendere il Senato una calamita per i politici italiani più corrotti.

Contemporaneamente, Renzi ha passato una legge elettorale per la Camera che dà immenso potere a qualsiasi partito vinca con una maggioranza relativa. Utilizzando vari espedienti elettorali, garantisce che il partito più grande comanderà il 54% dei seggi. Il prossimo primo ministro avrebbe dunque un mandato quasi garantito per cinque anni.

Questo potrebbe avere un senso, tranne per il fatto che la lotta per approvare le leggi non è il problema più grande d’Italia. Misure importanti, come la riforma elettorale, per esempio, possono essere votate già oggi. Infatti, nel corso delle legislature italiane passano tante leggi quanto quelle degli altri paesi europei. Se il potere esecutivo fosse la risposta, la Francia sarebbe fiorente: ha un sistema presidenziale potente, eppure, come l’Italia, è perennemente resistente alle riforme.

Il rischio dello schema di Renzi è che il principale beneficiario possa essere Beppe Grillo, ex comico e leader del Movimento Cinque Stelle (M5S), una coalizione scombussolata che chiede un referendum per lasciare l’euro. Nei sondaggi è dato a pochi punti dietro il partito democratico di Renzi ed ha recentemente conquistato i comuni di Roma e Torino. Lo spettro di Grillo come primo ministro, eletto da una minoranza e reso forte e stabile dalle riforme del Renzi, è qualcosa che molti italiani – e gran parte dell’Europa – trovano preoccupante.

Uno svantaggio della vittoria del NO sarebbe quello di rafforzare la convinzione che l’Italia non ha la capacità di affrontare i suoi molteplici e gravi problemi. Ma è Renzi che ha creato la crisi mettendo a rischio il futuro del suo governo nel test sbagliato. Gli italiani non dovrebbero essere ricattati. Renzi avrebbe fatto meglio a discutere di riforme strutturali in molti campi, dalla riforma della indolente magistratura al miglioramento del pesante sistema di istruzione. Renzi ha già perso quasi due anni sui ritocchi costituzionali. Quanto prima l’Italia torna alle vere riforme, meglio è per l’Europa.

Fondamenta deboli. C’è allora il rischio di disastro se al referendum dovesse vincere il NO? Le dimissioni di Renzi possono non essere la catastrofe che molti in Europa temono. L’Italia potrebbe mettere insieme un governo tecnico, come ha fatto molte volte in passato. Se, però, un referendum perduto dovesse davvero innescare il crollo dell’euro, sarebbe allora il segno che la moneta unica era così fragile che la sua distruzione era solo una questione di tempo.

Qui l’articolo originale in inglese

Commento.

Il doppio gioco dell’Economist. Io trovo nell’insieme l’articolo blando ed incompleto. Il giorno dopo la stessa rivista in una sua edizione speciale si è invece espressa per il SI, che è senz’altro più nelle corde di questo pilastro (anno di fondazione 1843) della informazione della classe dirigente e dell’élite britannica, nonché campione del liberismo e delle famose riforme strutturali (=costituzioni meno socialisteggianti, privatizzazioni, taglio del costo del lavoro)

A voler essere maligni si potrebbe pensare che l’Economist, dopo aver toppato le due previsioni riguardanti la Brexit e l’elezione di Trump, questa volta abbia voluto cautelarsi tenendo il piede in due scarpe (più coerenti invece con la loro linea catastrofista e ricattatoria, stile Brexit, gli altri big del mondo della informazione e della finanza).

Tale espediente non sarebbe molto british, ricorda più la furbizia e l’ambiguità della politica italiana. Ma non sarà per caso una manifestazione dello stile della nuova proprietà della famiglia Agnelli, installatasi all’Economist lo scorso mese di agosto, in condominio con nientepopodimeno che la dinastia Rotschild?

Forse il nipote John Elkann ha preso un po’ dal mitico nonno Avvocato che, anziché fare l’imprenditore industriale, faceva il donnaiolo e, dal suo scranno in Senato, il procuratore finanziario di soldi pubblici per mantenere in vita la Fiat. Intanto i concorrenti tedeschi, giapponesi e francesi pensavano a progettare e costruire automobili innovative e di qualità.

I motivi del mio NO.

La materia è molto complessa e vasta, elenco i punti principali, un ottimo articolo di sintesi è questo di Forexinfo.it

  1. I nuovi Senatori. Se passa la riforma di Renzi-Boschi, avremo 100 senatori anziché 315 – i deputati resteranno 630, alla faccia della grande riforma!! Detto così suona bene, peccato che saranno 100 senatori part-time e al tempo stesso consiglieri regionali/sindaci part time. Delle due l’una: o sono lavoretti di secondo ordine, o svolgeranno male entrambi gli incarichi. Una schifezza.
  2. Godranno pure dell’immunità parlamentare. Dato il noto livello di corruzione degli ambienti regionali, il tasso di inquinamento giudiziario del nuovo Senato è destinato ad aumentare. Ottima riforma, andiamo avanti così!
  3. Il bicameralismo non viene abolito, cambia faccia. Il nuovo Senato, a sua discrezione, ha la facoltà (articolo 70) di esaminare tutte le leggi approvate dalla Camera e di proporre delle modifiche da rinviare ai colleghi Deputati. I tempi e le modalità di questa revisione sono più brevi e meno vincolanti, ma sempre di bicameralismo, via Senatori part-time, si tratta. 
  4. Il bicameralismo rimane in toto per molte materie (primo paragrafo dell’articolo 70), compresa quella relativa “alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea“, che coprono ormai una vasta fetta della legislazione italiana. Poveri senatori/consiglieri regionali/sindaci part-time, che compito ingrato!
  5. Il problema NON è il bicameralismo. Secondo l’Economist sopra citato il Parlamento italiano “passa tante leggi quanto quelle degli altri paesi europei”. Confermano questa dichiarazione sia questo articolo del 2014 de IlSole 24ORE, sia questo recente articolo sui dati complessivi della legislatura in corso. 
  6. Risparmio costi, una renziana presa per i fondelli. Il risparmio del taglio di 215 senatori sarebbe di 50 milioni di euro, meno del 10% del costo del Senato (540 milioni). Poniamo pure che la stima sia di parte e che il risparmio sia di 100 milioni, restano sempre 440 milioni di costo per un Senato con 100 senatori part-time. Credo sia un nuovo record mondiale
    Intanto il signor Renzi, quatto quatto, si è dotato di un aereo di stato extra-lusso
  7. Democrazia in salita: più difficile promuovere referendum e leggi di iniziativa popolare. Per proporre un referendum serviranno 800 mila firme, contro le 500 mila attuali. Per quanto riguarda invece progetti di legge di iniziativa popolare, il numero di firme necessarie è triplicato, da 50 mila a 150 mila. In compenso (?) vengono introdotti in Costituzione i referendum popolari propositivi e di indirizzo.
  8. Meno poteri alle Regioni, ecco un miglioramento (forse)! Non è ironia, parlo sul serio. Riduzione del bicameralismo e riduzione dei poteri delegati alle Regioni (Federalismo) sono i due perni intorno a cui ruota la riforma costituzionale. Sul primo mi sono già espresso, il secondo mi sembra che vada (non posso dire di conoscere a fondo l’argomento è molto complesso) nella direzione giusta.
    Con due postille: 1) speriamo che lo spostamento di potere dalle Regioni allo Stato sia ben gestito 2) Il macro bubbone del Federalismo parassita delle Regioni a Statuto Speciale non viene neanche sfiorato, come sempre.

In estrema sintesi gli elementi essenziali della riforma costituzionale sono quindi 4:

  • Superamento del bicameralismo perfettamente paritario, ovvero le due camere restano, ma la composizione del senato è un grande pasticcio della peggior politica, le sue funzioni pure
  • Riduzione del numero dei senatori e taglio delle spese: poco significativo, è più fumo negli occhi
  • Revisione della suddivisione delle competenze tra Stato e Regioni Ordinarie: questo è forse l’unico aspetto positivo. Ma le intoccabili Regioni a Statuto speciale, in alcuni casi uno scandalo di parassitismo, restano intoccate!!
  • Eliminazione delle province dalla Costituzione e soppressione del CNEL. Bufala renziana, i dipendenti passeranno ad altri enti (ai Comuni per le province, alla Corte dei Conti per il CNEL), così come avverrà anche per l’Agenzia delle Entrate.

Questo è secondo me, è il grande Cambiamento sbandierato dal duo Renzi-Boschi: una riforma costituzionale nell’insieme poco significativa, con molte controindicazioni, pasticciata (leggi l’articolo 70), che riduce marginalmente i costi.
La ciliegia sulla torta: da parte di Renzi una campagna referendaria all’ultimo sangue per ribaltare il vantaggio del NO pescando nell’ampio bacino degli incerti, con abbondanza di mance (30-50 euro alle pensioni, clientelismi (De Luca), occupazione della televisione pubblica, attivismo e presenzialismo sfrenato per 4 mesi! Neanche Berlusconi arrivava a tanto.

Infine, un referendum che offende i principi democratici sia nel merito (Economist), sia nel metodo (referendum confermativo, Italia spaccata sulla sua carta fondante). Ed aumenta il potere esecutivo dei Governi futuri. E a questo punto, se non vogliamo fare gli struzzi, bisogna aprire un altro fronte. Con una domanda.

E’ negli interessi del popolo italiano un Governo più forte?

L’abbinamento della riforma costituzionale con la nuova legge elettorale Italicum del 2015 darebbe ai prossimi governi una capacità esecutiva più forte e stabile. Chi vince le elezioni avrà il 54% dei seggi alla Camera, la sola istituzione rimasta a votare la fiducia al governo. Di per sé non è un male, non ci vedo un immediato (in prospettiva?) rischio di deriva autoritaria, anzi sembra una logica necessità in tempo di crisi.

A condizione ovviamente che il governo operi bene, per l’interesse del paese nel suo insieme e anche con equità (no, no, non quella di Monti) nei confronti delle diverse classi sociali. Per far questo si richiede una squadra di governo degna, competente, che abbia a disposizione gli strumenti che gli consentono di esercitare il potere sovrano della nazione.

Da quando, con il trattato di Maastricht del 1992, l’Unione Monetaria Europea (Eurozona) fu sovrapposta al Mercato Comune Europeo, le leve della Politica Monetaria (Banca Centrale) e della Politica Economica non risiedono più a Roma ma a Berlino/Bruxelles. In più, il nostro rapporto commerciale con l’estero è gravemente penalizzato dall’avere adottato la stessa valuta della Germania (che ne trae un corrispondente beneficio).

La classe politica italiana che a partire dagli anni 80 ha avallato questo processo di sudditanza dell’Italia è la stessa che da allora ci ha quasi sempre amministrato e, temo, ancora ci governerà. L’eccezione Berlusconi – che non intendo affatto difendere perché è colui che ha spalancato negli anni 90 la fogna della corruzione che ci corrode – non era su quella linea ed è stato defenestrato, sostituito dall’inviato speciale Mario Monti.

Non vedo all’orizzonte un cambiamento dello scenario appena descritto, ci attendono ancora governi subalterni e succubi (con politici cointeressati) e questa mia visione – in aggiunta alle valutazioni critiche di merito che ho espresso sopra sulla riforma costituzionale – rendono il mio NO entusiastico e granitico. Ve lo vedete voi un Monti-bis (oppure un Draghi, un Amato, un Letta, un Visco, un Prodi) che ci governa per 5 anni con una forte maggioranza alla unica camera dei Deputati? 

“La Costituzione non è un vecchio, ma un bambino che non vogliono far crescere”, ho sentito pronunciare alla televisione questa dichiarazione dal sindaco di Napoli De Magistris e la condivido. Sì credo che l’oligarchia internazionale (la grande finanza, che ormai usa il ricatto quotidianamente), che sta con successo orchestrando la globalizzazione e la lotta geopolitica, detesti la nostra Costituzione: la quale riconosce la sovranità nazionale, afferma il principio della democrazia e promuove lo stato sociale. Sono esattamente i principi che ostacolano la globalizzazione e quindi in fase di smantellamento (non solo in Italia). 

Con la UE/Eurozona – parte integrante del processo di globalizzazione angloamericana – ci hanno tolto (consenso dei nostri politicanti) la sovranità monetaria, quella commerciale e quella della politica economica. Hanno già quindi stravolto di fatto la Costituzione, la democrazia in Italia (ma non solo) è una maschera, adesso vogliono completare l’opera e il Renzi di turno esegue la sua schiforma. 

         _______________________________________________

P.S.Vorrei smitizzare la dogmatica importanza attribuita alla continuità di governo per il bene del paese. La Spagna quest’anno sta vivendo un anno di crescita economica d’altri tempi, superiore al 3%: è senza governo da inizio anno ed è andato alle elezioni due volte. Secondo esempio: il Belgio tra metà 2010 ed il 2012 è stato quasi senza governo, la sua crescita economica non ne ha risentito né allora e nemmeno negli anni successivi. Infine la nostra Italia, ecco l’elenco dell numero dei governi ed del tasso di crescita medio annuo per decennio: 1960/1970: 10 governi, Pil +6% annuo – 1971/1980: 12 governi, Pil +3,5% – 1981/1990: 10 governi, crescita economica +2,5% annuo – 1991/2000: 8 governi, Pil +1,6% – 2001/2010: 5 governi, +0,3% all’anno. Infine 2011/2016: 3 governi, -0,5%. Volendo fare i faziosi si potrebbe invocare: “ridateci un governo all’anno!” E “ridateci la Costituzione ante 2001”, quando il governo Prodi modificò il titolo V, dando il via libera alla sarabanda delle Regioni. 

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Per completezza, ecco il testo completo della nuova Costituzione raffrontato con quello precedente.

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4 thoughts on “Il mio grande NO alla riforma costituzionale

  1. caro prof, premetto che il mio no si aggiungerà al tuo.. Ma mi sovviene una domanda, quando ricapiterà in futuro di avere la possibilità di sbarazzarci di 215 senatori(indagati,truffaldini,ignoranti e drogati)???
    se avverrà…

  2. Caro Vito, intanto ti conferisco la palma del Commentatore più rapido del Blog.
    Alla tua domanda rispondo con un altro quesito: mangeresti una mela avariata perché le hanno messo in cima uno spruzzino di panna?
    Anche il ritorno di poteri dalle Regioni allo stato sarebbe auspicabile. Ma il referendum è o tutto o niente.
    Quanto al tasso di inquinamento del futuro 100 senatori non eletti non sarei poi tanto sicuro che sarebbe inferiore a quello del senato dei 315.
    A presto
    Uber

    • risposta: no…(se consapevole)
      commento: purtroppo ormai lo spruzzino di panna è ovunque… il problema è capire se lo spruzzino di panna sia avariato anche lui.
      Di questi tempi bisogna riconsiderare tutto..

      cmq non sono sicuro che i giochi siano già fatti…

  3. Vito, se per giochi intendi l’esito del referendum, credo anch’io che non siano fatti. La battaglia tra il sì e il no è in pieno svolgimento, gli incerti e l’astensione saranno l’ago della bilancia, Renzi sparerà ancora cartucce. Prodi ha preso posizione, ma non sarà l’ultimo a farlo.

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