I due fattori decisivi del primo mandato presidenzale di Trump – II parte: la politica internazionale

La virata geopolitica sullo scacchiere mondiale, la missione affidata a Trump.

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Anticipo che questo è un post di fantapolitica perché non ho uno straccio di prova di quello che scriverò, sono solo armato di un ragionamento induttivo che mi porta a delineare una ipotesi di riassetto geopolitico ad opera della imminente presidenza Trump. Il punto di partenza della mia fantasiosa analisi predittiva (forse più simile alla scenografia di un film, come dice il mio amico Antonio) è infatti la sbandierata volontà di Donald di riavvicinamento alla Russia e di assoluto appoggio ad Israele: potrebbe rivelarsi un bluff o, al contrario, evolvere – ecco la fantapolitica – in una vera alleanza anti Cina. Il gigante economico asiatico si troverebbe soverchiato militarmente e in forte difficoltà di approvvigionamento di energia e materie prime. In altre parole, sotto controllo. Ma non anticipiamo troppo i “ragionamenti induttivi”.

Per una tale evoluzione geopolitica non basterebbe ovviamente la prima presidenza di 4 anni di Trump e neanche la seconda, parliamo di 10-15 anni. Sarebbe allora un parto della prorompente personalità del tycoon newyorkese? Certo che no. Come ho già scritto in precedenza, un Presidente americano è un componente importante ma non autosufficiente di un “team”, al vertice del quale siede la Grande Finanza (a ridaje con la fantapolitica) delle dinastie familiari dell’occidente che controllano la FED e le Banche Centrali – terminologia più corretta: gli Istituti di Emissione/Creazione di moneta.

Prima di esporre la mia tesi geopolitica – se e quanto  fantasiosa o realistica lo diranno gli anni a venire – devo esplicitare una premessa altrettanto fantapolitica, sulla “anomala” vittoria di Trump nelle corsa presidenziale, che mi azzardo a definire pilotata a suo favore. Vediamo come e per quale motivo.

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Una nuova strategia USA per allentare la morsa della globalizzazione economica e rafforzare comunque l’egemonia mondiale americana?

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I popoli americano ed europei sono molto irrequieti. L’élite di potere angloamericana che ha preso in mano le redini dell’occidente 70 anni fa, non può non esserne consapevole: i milioni di voti raccolti nelle primarie da 2 “anomali” candidati presidenziali americani su 3 (Sanders, il socialista! e Trump il populista!) dicono che molti americani ne hanno abbastanza.  La vittoria finale di Trump ne è stata la conferma. Venti anni di globalizzazione spinta hanno creato forti ineguaglianze, impoverimento diffuso, incertezza sul futuro – in particolare per i giovani – ed incazzatura politica (non è populismo, è storia economica e sociale, la diffusa reazione popolare occidentale alla globalizzazione ).

L’élite ha di fronte 2 alternative estreme (ovviamente c’è anche la via di mezzo): 1) continuare a spingere sull’acceleratore, ricorrendo se necessario anche ai metodi forti di regimi autoritari, oppure 2) togliere il piede dall’acceleratore e ribilanciare in parte gli effetti della globalizzazione: meno Cina e meno ingiustizia economica e sociale in occidente. Io ipotizzo che la strada scelta sia la seconda. Se funzionerà durerà un ciclo storico, al quale un altro succederà. E non significherebbe retromarcia del capitalismo globale, ma solo un rallentamento. Se non funzionerà o se creerà eccessive reazioni/squilibri internazionali si riciclerà la strategia, che potrebbe tornare ad essere ancora più aggressiva e repressiva. Qualunque strategia non è per definizione deterministica.

Trump ha vinto nel 2016 perché è in grado meglio di Hillary Clinton di orchestrare lo storico passaggio progettato, in particolare quello geopolitico che fa perno sul rapporto/alleanza con la Russia. Nella mia impostazione fantapolitica (è l’ultima volta che lo ricordo) sostengo infatti che il newyorkese ha vinto perché così è stato deciso, e mi spiego subito.

L’ago della bilancia (non casuale) della vittoria del magnate di New York è stato il riaffioramento avvenuto il 30 ottobre della inchiesta FBI – la prima era stata chiusa a luglio – riguardo le mail della sua rivale, indagine richiusa 7 giorni dopo quando ne mancavano solo 2 alle votazioni del 8 novembre. Non c’è dubbio che una parte del nutrito fronte degli incerti sia rimasto orientato a favore di Trump, determinandone la vittoria.

Non è stato casuale, non credo che il Federal Bureau of Investigation sia una congrega di incoscienti schizofrenici. Se privilegiare Trump sia stato più un bene che un male lo vedremo. Alla vigilia delle elezioni ho sostenuto in questo post che il magnate newyorkese era il meno peggio e non rappresentava necessariamente la catastrofe per l’America e per il mondo raffigurata dalla stragrande maggioranza dei media americani ed europei. Anzi con Hillary la tensione internazionale e, in particolare quella militare con la Russia, sarebbe pericolosamente cresciuta, con relativo coinvolgimento delle basi Europa/NATO.

Trump, come tutti i Presidenti, si inserisce in un filone storico, lo interpreta – in questo senso lui ci metterà indubbiamente anche del suo – ma non potrà stravolgere il copione. J.F.Kennedy ha pagato con la vita, come successivamente suo fratello, perché aveva una strategia antitetica a quella del potere costituito. 

L’insediamento di Trump alla Casa Bianca il prossimo 20 gennaio non è tuttavia condiviso da importanti settori della vita pubblica e del potere americano (CIA, Pentagono, la lobby delle armi, ci ritorneremo in seguito), il vertice di potere americano non è un monolite è anche fonte di lotte intestine (e non dimentichiamo l’influenza “esterna” di Israele!).

Il nuovo Presidente non avrà quindi vita facile, sarà ostacolato sin dall’inizio nel perseguimento della sua politica economica interna e, ancor di più, nella politica estera, le due aree sulle quali si giocherà la sua rielezione nel 2020. Ho dedicato la prima parte di questo post (clicca qui) ad esaminare le possibilità di realizzazione degli obiettivi di miglioramento dell’economia americana promesso da Trump, concludendo che ha buone chance di essere conseguito.

Il presupposto di base della mia valutazione economica è l’appoggio che il mondo della finanza (FED in testa, grandi banche al seguito) darà alla politica annunciata da Trump di espansione del deficit di stampo keynesiano – controbilanciata peraltro da una maggiore crescita del reddito. Perché dovrebbe farlo? Perché (repetita juvant) dopo 25 anni di abbattimento dei redditi da lavoro, di guerre geopolitiche e di degrado sociale è arrivato il momento di alzare il piede dall’acceleratore e dare un po’ di respiro ai popoli americano ed europei. Insomma mettere un po’ di ordine in casa! Passiamo quindi ora alla mia ipotesi sulla virata geopolitica “trumpiana”.


Il nuovo disegno di egemonia mondiale made in US (e in Israele).

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Se confrontiamo gli equilibri geopolitici ante Obama con quelli attuali, il fattore che emerge con maggiore risalto è il nuovo ruolo geopolitico della Russia, che ha rafforzato la sua rete di alleanze in Medio Oriente e Nord Africa e comincia ad assumere connotazioni preoccupanti. Anche la Cina è cresciuta negli 8 anni obamiani, ma principalmente dal punto di vista economico, e questa non è certo una sorpresa, anzi è il frutto consapevole ultra ventennale del capitalismo finanziario e industriale occidentale.

L’espansione della NATO ad Est, l’instaurazione di un nuovo governo anti russo in Ucraina, la guerra di destabilizzazione della Siria, dell’intero Medio Oriente e del Nord Africa: queste mosse aggressive dell’amministrazione Obama (Premio Nobel per la Pace, sic!..) e della CIA/Pentagono hanno ottenuto l’effetto opposto. Anziché indebolire la posizione mondiale della Russia hanno provocato la sua reazione militare e politica, che avendo avuto successo, ha ridato nuovo slancio e riconoscimento internazionale all’Orso euroasiatico.

L’America e la servile UE teutonica hanno perso la faccia, anche se i media occidentali si sforzano di nasconderlo. Oggi 1) la presenza militare russa in Siria con 2 basi è un fatto consolidato, 2) l’azione militare congiunta Russia-Iran in Siria rafforza il legame tra i due paesi che assumono così un maggiore rilevanza geopolitica, 3) l’avvicinamento turco-russo è un’altra recente “sorpresa” prodotta dai pasticci americani in Medio Oriente 4) altrettanto vale per il rafforzamento del rapporto Russia-Egitto (Al Sisi), che potrebbe estendersi alla Libia di Haftar 5) vista l’aggressività americana, Russia e Cina hanno rafforzato i loro rapporti strategici (leggi qui e qui) ed economici, l’energia russa come materia di scambio reciprocamente vantaggiosa 6) anche la crisi Ucraina del 2014 ha dato la possibilità a Putin di dimostrare la sua capacità di reazione con la “conquista” della Crimea.

Il ruolo centrale assunto dalla Russia nella crisi mediorientale è stato sancito dai recentissimi ripetuti incontri – altri seguiranno – di alti diplomatici di Russia, Turchia, Iran per coordinarsi sulla soluzione della guerra siriana. Impensabile anche solo 6 mesi fa.

Nella mia immaginifica sceneggiatura dei segreti avvenimenti di Washington e dintorni, mi vedo David Rockefeller, Lord Jacob Rotschild, Sua Maestà Regina Elisabetta e qualche altro Eletto (NOTA) convenire in un incontro e concludere:

“La strategia che abbiamo seguito con Obama è un fallimento, ha rafforzato molto la Russia e un po’ anche la Cina. Israele è molto inquieta e nervosa.
Dobbiamo invertire la rotta, anziché aggredire la Russia dobbiamo farcela alleata sganciandola dall’Iran, togliere le sanzioni contro Mosca, occidentalizzare economicamente e penetrare finanziariamente il paese euroasiatico. L’Iran sarà isolato e più facilmente destabilizzabile internamente, lo sanzioneremo nuovamente provocando la reazione della generazione dei giovani che aspira ad un modello di vita più occidentale.
Così metteremo all’angolo anche la Cina, accerchiata militarmente da una forza soverchiante, rendendola un gigante economico con i piedi di argilla per la mancanza di petrolio e gas.
L’UE e la Germania, la nostra piattaforma NATO, li dobbiamo tenere al guinzaglio, anche con metodi forti o terroristici, almeno finché la Russia non sarà totalmente «conquistata» e , se ci riusciremo, non avverrà certamente in uno o due anni.
Tutto il Medio Oriente sarà più sotto controllo: Israele più sicura e in grado di espandersi territorialmente, l’Arabia Saudita  – vedendo l’Iran in difficoltà – meno bellicosa e terrorista  e non avremo più bisogno dell’Isis (in Europa magari ancora un po’ per tenere sotto scacco psicologico le popolazioni sempre più vecchie).
Chiederemo una contropartita strategica: eliminazione delle sanzioni contro una maggiore apertura del sistema finanziario russo, limitata anche prima della crisi Ucraina, alle nostre banche. Questa è la vera cartina di tornasole della nostra conquista: finché ciò non avverrà l’orso russo non si potrà dire domato.
L’alternativa sarebbe un confronto militare diretto con Mosca, che sappiamo qualche testa calda del Pentagono e della CIA vorrebbe, ma è oggi troppo rischioso da tutti i punti di vista, no adesso no, vediamo se funziona questa strategia soft.

Daremo questa missione al prossimo Presidente. Let’s make America great again e il nostro potere ancora più globale, just in a different way.”

Questa dichiarazione immaginaria non è altro che un assemblaggio delle ripetute ed esplicite dichiarazioni elettorali Donald J. Trump, alcune delle quali ribadite da lui recentemente via Twitter, riguardo a: Russia, Iran, Israele ed Isis. Per la UE/NATO abbiamo invece “solo” un pesante indizio fornito dalle ambigue dichiarazioni di Trump a favore di un minore impegno americano nella NATO (analogamente a quanto ha dichiarato per le basi americane in Giappone), che potrebbero essere una mossa ricattatoria e di condizionamento.

Oltre alle dichiarazioni di politica estera espresse da Trump come candidato, abbiamo altri due pesanti indicazioni fornite da lui in qualità di Presidente eletto: 1) il team di governo assemblato dopo la vittoria elettorale ricalca perfettamente, anzi accentua, la linea strategica implicita nelle dichiarazioni elettorali (in materia di politica interna invece, la presenza di finanzieri e miliardari è poco coerente con la dichiarata politica economica a favore della classe media e dei disoccupati …. Boh! 2) i numerosi diretti interventi, tramite dichiarazioni e tweet, del Presidente eletto nell’attività del Presidente in carica – storicamente inediti nel periodo di transizione presidenziale. L’ultimo, ed anche il più clamoroso, riguarda il suo attacco all’astensione americana nella votazione all’ONU di condanna degli espropri e degli insediamenti israeliani nelle terre occupate, cui ha promesso di porre rimedio (“Israele sii forte, il 20 gennaio è vicino!”).


Conclusione

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Dicevo all’inizio del post che non ho uno straccio di prova, che avrei utilizzato solo una logica induttiva. A ben pensarci posso invece concludere che abbiamo molti e pesanti indizi. Molto più di 3, già sufficienti per Agatha Christie a costituire una prova. E non sono nemmeno l’unico ad intravedere un riassetto geopolitico dal tipo tripolare (USA, Russia, Cina) ad un nuovo bipolarismo (USA/Russia e Cina)

Ma come ho già accennato una strategia non è deterministica, sopratutto in materia geopolitica, non è detto che venga perseguita fino in fondo e non è detto che abbia successo. Nella fattispecie, alcune logiche domande potrebbero essere: l’oligarchia russa condividerà il nuovo disegno geopolitico americano? Probabile, ma non certo. Trump e la sua squadra lo eseguiranno opportunamente? Probabile. La Cina e l’Iran, come reagiranno a questa strategia di isolamento? Datemi una sfera di cristallo. Le spinte centrifughe della (Dis)Unione Europea, marchiata Made in US/Germany, la porteranno all’implosione, interferendo con i piani USA? Ridatemi la sfera di cristallo. Il Regno Unito resterà alleato USA o farà/fingerà di fare da sponda alla Cina? Possibile. Ecc. ecc. 

Riguardo la strategia economica annunciata da Trump i profili umani e professionali della squadra di governo assemblata dal Presidente eletto contraddice non poco, come accennato poc’anzi, l’impostazione degli obiettivi neokeynesiani di aumento dei redditi popolari e della occupazione. Prevarrà l’esigenza del magnate newyorkese di guadagnarsi la rielezione fra 4 anni e l’alta finanza farà nei prossimi 4 anni buon viso a cattivo gioco? Stay tuned!

NOTA – Esiste veramente un coagulo di potere in grado di indirizzare gli avvenimenti mondiali? Esiste all’interno della finanza e del potere una dialettica tra estremisti e moderati? O si tratta invece di fantasiose ipotesi di un Prof un po’ bacato, della sceneggiatura di un film di fantapolitica? Il suddetto bacato, se riuscirà a raccogliere almeno 2 indizi, scriverà in proposito.

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