Francesca e suo fratello.

Ritorniamo ad ascoltare Francesca, la nostra pittrice-narratrice, entrando questa volta nel suo mondo familiare, quello dell’infanzia, con questo variegato quadretto del rapporto con il fratello maggiore. Nel suo blog Francesca Ferrari – attraverso la sua pittura e i suoi scritti – trasmette emozioni e sentimenti, con uno stile letterario sciolto e accattivante, che oscilla tra il frizzante e il triste, tra slanci e rassegnazione, tra il pungente e l’autocritico. E tra i tanti post pubblicati da Francesca, ho scelto questo (del luglio 2007) che si presenta con una foto che è già tutto un programma.Francesca - Lei e il fratello da bimbi - 18.07.07

Tema
Io e mio fratello

Svolgimento.

Mio fratello si chiama Pier Giorgio. Ha due nomi perché il papà di mia mamma si chiamava Pietro e Giorgio era invece il fratello minore di mio padre, quello bello e dannato, morto giovane per una peritonite. Se continua questo dolore destro tipo appendicite, morirò anch’io così: d’annata e di peritonite.
Mio fratello è quello buono. Io quella piccola. Lui era il figlio adorato di mia mamma. Io di mio papà. Allora non si badava troppo al fatto che una divisione così netta degli affetti in famiglia avrebbe potuto creare chissà quali turbe nella crescita psicologica di noi figli. Mamma ferrari e FrancescaE in effetti non ne ha create. Era un dato di fatto, e la consapevolezza che in realtà l’amore dei genitori era grande abbastanza per entrambi ci faceva dormire tranquilli. A dir tutta la verità, l’anno che andammo in vacanza a Campolongo di Cadore, solo noi tre, ché mio papà col cavolo che veniva in vacanza con noi, mio fratello, mi sembra di ricordare per una tonsillite, aveva tutte le attenzioni della mamma, ecco, quell’anno lo avrei volentieri scambiato con due sorelle più piccine da poter governare a mio piacere. Io che sono la più grande comando, e voi ubbidite.
In realtà comandavo lo stesso visto che, tra noi due, mio fratello era, ed è ancora, quello buono.
Nato sotto i bombardamenti, lavato con l’acqua della pastasciutta, senza pannoloni o ciripà, era cullato dalle sirene che annunciavano l’arrivo di Pippo con i saluti per la città; cresciuto a latte di mamma che sapeva di paura per le bombe, lui era lo stesso cocciutamente buonissimo. Non piangeva di notte e non piangeva nemmeno di giorno. Un bambolotto. Era anche talmente bello da far luccicare di gioia gli occhi della mamma, quando, a due anni, vinse il primo premio bimbibelli della Gazzetta. Aveva boccoli rosso Tiziano e grandi occhi color marecalmo. E poi giocava da solo con una palla di stracci, cucita con il filo grosso. Il suo gioco preferito era però una bambola, sempre cucita dalla mamma, ma resti tra noi, ché non vuole lo si sappia in giro.
Certo che con la storia che era buono e bravo, si è sempre arrangiato da solo. Ti serva da insegnamento: esser troppo buoni non conviene.
Io invece son nata in clinica, quasi otto anni dopo, con la stanza piena di fiori e la vista sul parco. Avevo la levatrice e il pediatra. Avevo una culla rosa e copertine ricamate a punto ombra con paperelle e coniglietti. Una carrozzina blu e bianca con le tendine per il sole.
Nonostante tutto ciò, io piangevo sempre.
Ho pianto notte e giorno per due anni. Non ricordo assolutamente il perché. Ma è fatica piangere e se lo si fa un motivo c’è sempre, quindi anch’io ne avrò avuto uno. A prescindere.
Credo che mio padre sia diventato papà solo con la mia nascita. Forse prima non era pronto, o è vero che la figlia femmina conquista sempre il cuore dei papà. Forse le difficoltà del dopoguerra gli impedirono di coccolare suo figlio. Oppure doveva andare così. Fatto sta che perse la testa per me.Francesca, quadro del padre -01.09.06
Anche se piangevo.
E mi proiettava i filmini con la lanterna magica sul soffitto e girava la manovella addormentandosi e facendo bruciar la pellicola.
Mio fratello era buono, ma anche esasperato, e minacciava continuamente di annegarmi nella vasca da bagno. Ma poiché era buono si sentiva in dovere di giustificarsi dicendo che lui al mattino doveva andare a scuola.
Era bravissimo a scuola, ma disegnava da cani e la mamma nascondeva a tutti i suoi disegni.
Il suo soggetto preferito era la battaglia con gli aerei, ma non si distinguevano gli aerei dagli alberi e dagli uomini.
Naturalmente ho pochissimi ricordi di mio fratello ragazzo. E mi dispiace.
Mi sforzo, ma ho solo delle istantanee in bianco e nero in mente. Lui a nove anni al mare col costumino a righe di lana. Lui a dodici, a scuola con altri trenta ragazzi tutti in pantaloncini corti e solo uno con i pantaloni lunghi, ché era ripetente. Ed erano veramente corti quei pantaloncini, non al ginocchio, ma corticorti.
E poi lui alle superiori, finalmente con i calzoni lunghi. Anche perché a sedici anni era un metro e ottantacinque.
L’altezza in effetti l’ha presa tutta lui. Cresceva talmente tanto, ben dodici centimetri in un anno, che mia mamma lo portò a far una visita specialistica. Il professor Banchini disse che bisognava togliergli le tonsille, per fermarlo. Così la mamma lo lasciò arrivare a un metroenovantadue e poi, preoccupata anche per la lunghezza del letto, lo fece operare.
Fortuna che io invece crescevo normale. E le tonsille le ancora tutte e due. Ho anche l’appendice e magari sarebbe stato meglio che quella me l’avessero tolta. (caspita che consecutio!)
Non piangevo nemmeno più, ma con mio fratello avevo poco in comune, a parte la carabina con la quale facevamo tirassegno nel corridoio, centrando con le freccette di piume l’asse di legno che l’Alma usava per lavare i panni. Tanto se si sbagliava mira era sempre colpa sua, ché lui era grande ed io piccina.
Troppi anni di differenza, tra noi due. Un altro mondo, altri interessi.
Allora usava far le festine in casa e anche il mio fratellone alla domenica pomeriggio invitava una decina di amici per ballare. In sala il tavolo da pranzo veniva spostato contro la finestra, con sopra bibite e torta, e nell’angolo, accanto alle poltrone il giradischi e gli LP. Io correvo per curiosare quando arrivavano i ragazzi, perché volevo vedere chi c’era, ma poi scappavo a chiudermi in camera mia. A mio fratello, anche se adesso dirà che non è vero, piaceva la Stefania, una compagna di scuola bionda cotonata e prosperosa. Una volta la Stefania mi venne a prendere e a forza mi trascinò per mano in sala.
Mio fratello aveva raccontato di come mi faceva volare ballando il rockandroll.
Tutti frutti.
Ecco in quel momento la Stefania l’avrei uccisa. O le avrei volentieri rimpicciolito la testa cotonata, come facevano quegli indigeni che l’amico del papà aveva incontrato in un suo viaggio strano.
In effetti era vero, mio fratello mi faceva volare e poi mi trascinava sotto le sue lunghissime gambe per buttarmi ancora in aria.
Potremmo riprovare una volta o l’altra, no?
E poi mi ricordo anche di quando mi leggeva le favole, ho ancora quell’enciclopedia della fiaba, quattro volumi verdi. Io volevo le fiabe lunghe, ma lui sceglieva sempre quelle orientali che arrivavano sì e no a mezza pagina. Poca fatica per figurar bene, insomma.
Finita la scuola, sparita la Stefania, si iscrisse un anno all’università e poi decise di partire per il servizio militare. Due anni a far il sergente a Lecce. Il giorno dopo la sua partenza, mentre la mamma piangeva al telefono con la sua amica, io ne approfittai per pigliarmi la sua camera, che, per via delle preferenze, aveva il balcone ed era più bella e più grande della mia.
Adesso lui è ancora il più alto, ha molti più figli, ed è il più buono dei due, viaggia molto e fa sempre un sacco di diapositive. Mi telefona sempre e quando sto bene e non ho malattie infettive mi viene anche a trovare.

 

Francesca-Braccio di ferro tra nonno e nipote - 27.07.07Mamma Ferrari

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4 thoughts on “Francesca e suo fratello.

  1. Il prof ha assolutamente ragione…Le “rievocazioni” di Giarina sono sempre assolutamente straordinarie. Ha la capacità di calarti nelle atmosfere d’antan senza retorica, senza tedio. Io, che quei periodi me li sono visti tutti, mi sono sempre “bevuta” tutta d’un fiato le sue storie! 😉

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